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Rassegna Stampa - L'Argomento di Oggi - dal 2010-09-09 ad oggi 2010-09-17 Sintesi (Più sotto trovate gli articoli)

2010-09-12 L'inchiesta | Che cosa non va nelle corsie italiane

Quei 364 ospedali senza esperienza "Troppi rischi sotto i mille parti"

I ginecologi in cima alla classifica dei medici denunciati

Neonato morto dopo il cesareo, la Polverini invia gli ispettori (31 ago '10)

MILANO - Un bollettino di guerra. Il parto che si trasforma da uno dei momenti più belli della vita di una famiglia nel peggiore dei drammi. È quanto emerge dalle cronache degli ultimi 15 giorni. Messina, Roma, Policoro (Matera), Piove di Sacco (Padova). Ogni caso ha la sua storia, ma la conclusione è sempre la stessa: madri che muoiono, neonati che (spesso) non sopravvivono.

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Dalessandro Giacomo

41° Anniversario - SUPPORTO ENGINEERING-ONLINE

Quell'Italia che la rivista Lancet dello scorso aprile considerava il posto più sicuro al mondo dove partorire è lontana anni luce. Il primato che limita i decessi materni a 3,9 casi ogni 100 mila nascite - il tasso più basso a livello internazionale - non fa più gioire. Sotto i riflettori adesso c'è un altro Paese. Ci sono i ginecologi pronti a praticare tagli cesarei magari senza reali necessità cliniche e non più abituati a fare partorire le donne senza impugnare il bisturi. Bambini che non vengono neppure al mondo (o rischiano la vita) per essere finiti in ospedali troppo piccoli per considerarsi sicuri. Medici a pagamento che si scontrano (fino ad arrivare alle mani) con colleghi ospedalieri. Così uno degli eventi più naturali al mondo - il parto - diventa un'emergenza che i medici stessi non riescono più a fronteggiare.

Nelle ultime due settimane sono tragicamente emersi in un solo colpo tutti i problemi denunciati da mesi da esperti come Giorgio Vittori che guida la Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo). Allarmi spesso rimasti inascoltati. In Italia il tasso di tagli cesarei raggiunge il 40% contro il 15% raccomandato dall'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms): un record in negativo che - secondo l'United Kingdom Confidential Enquiry - comporta un pericolo di morte materna 2,84 volte superiore. Non solo. Duecentomila parti - ossia uno su tre - avvengono nei 364 ospedali con meno di mille nascite l'anno (un numero garantito, del resto, solo in 190 centri sui 554 totali). E 54.142 bambini (il 10%) vengono alla luce addirittura in strutture con meno di 500 parti l'anno. "Non voglio mettere sotto accusa nessuno - dice Giorgio Vittori -. Ma meno donne partoriscono, meno esperienza hanno ginecologi e ostetriche. Dove ci sono troppo pochi parti, i rischi per mamma e bambino aumentano".

Internet, l'informatore, ll Giornalista, la stampa, la TV, la Radio, devono innanzi tutto informare correttamente sul Pensiero dell'Intervistato, Avvenimento, Fatto,

pena la decadenza dal Diritto e Libertà di Testimoniare. Poi si deve esprimere separatamente e distintamente il proprio personale giudizio.

Per conoscer le mie idee Vedi il "Libro dei Miei Pensieri"html PDF

Il mio commento sull'argomento di Oggi è :

……………………..

Per. Ind. Giacomo Dalessandro

Rassegna Stampa - L'Argomento di Oggi - dal 2010-09-08 ad oggi 2010-09-12

AVVENIRE

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2010-09-12

 

 

 

 

 

 

 

 

CORRIERE della SERA

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2010-09-12

L'inchiesta | Che cosa non va nelle corsie italiane

Quei 364 ospedali senza esperienza "Troppi rischi sotto i mille parti"

I ginecologi in cima alla classifica dei medici denunciati

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MILANO - Un bollettino di guerra. Il parto che si trasforma da uno dei momenti più belli della vita di una famiglia nel peggiore dei drammi. È quanto emerge dalle cronache degli ultimi 15 giorni. Messina, Roma, Policoro (Matera), Piove di Sacco (Padova). Ogni caso ha la sua storia, ma la conclusione è sempre la stessa: madri che muoiono, neonati che (spesso) non sopravvivono. Quell'Italia che la rivista Lancet dello scorso aprile considerava il posto più sicuro al mondo dove partorire è lontana anni luce. Il primato che limita i decessi materni a 3,9 casi ogni 100 mila nascite - il tasso più basso a livello internazionale - non fa più gioire. Sotto i riflettori adesso c'è un altro Paese. Ci sono i ginecologi pronti a praticare tagli cesarei magari senza reali necessità cliniche e non più abituati a fare partorire le donne senza impugnare il bisturi. Bambini che non vengono neppure al mondo (o rischiano la vita) per essere finiti in ospedali troppo piccoli per considerarsi sicuri. Medici a pagamento che si scontrano (fino ad arrivare alle mani) con colleghi ospedalieri. Così uno degli eventi più naturali al mondo - il parto - diventa un'emergenza che i medici stessi non riescono più a fronteggiare.

Nelle ultime due settimane sono tragicamente emersi in un solo colpo tutti i problemi denunciati da mesi da esperti come Giorgio Vittori che guida la Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo). Allarmi spesso rimasti inascoltati. In Italia il tasso di tagli cesarei raggiunge il 40% contro il 15% raccomandato dall'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms): un record in negativo che - secondo l'United Kingdom Confidential Enquiry - comporta un pericolo di morte materna 2,84 volte superiore. Non solo. Duecentomila parti - ossia uno su tre - avvengono nei 364 ospedali con meno di mille nascite l'anno (un numero garantito, del resto, solo in 190 centri sui 554 totali). E 54.142 bambini (il 10%) vengono alla luce addirittura in strutture con meno di 500 parti l'anno. "Non voglio mettere sotto accusa nessuno - dice Giorgio Vittori -. Ma meno donne partoriscono, meno esperienza hanno ginecologi e ostetriche. Dove ci sono troppo pochi parti, i rischi per mamma e bambino aumentano".

Le due criticità vanno di pari passo: le Regioni dove vengono riscontrate più nascite con il bisturi spesso sono le stesse nelle quali i parti vengono effettuati in ospedali piccoli. La Sicilia - appena finita sotto accusa per la lite tra due ginecologi che ha fatto rischiare la vita a mamma e figlio - vede i cesarei al 52%, mentre il 55% dei neonati viene al mondo in strutture ospedaliere al di sotto dei mille parti. Nel Lazio - sempre nell'occhio del ciclone in questa drammatica fine estate, per la morte del piccolo Jacopo due giorni dopo il cesareo - partorisce in sala operatoria il 41% delle donne e il 36% lo fa in ospedali considerati sotto-dimensionati. E gli esempi possono continuare.

Spiega Walter Ricciardi, direttore dell'Istituto di Igiene della Cattolica di Roma ed esperto dell'Osservatorio nazionale sulla salute della Donna (Onda): "Il motivo dell'elevato ricorso al bisturi è da ricercarsi nella disorganizzazione delle strutture, soprattutto al Sud. Ma non solo. Anche al Centro e al Nord troppe donne optano per il cesareo perché nessuno propone loro una vera alternativa (il parto indolore con l'epidurale, d'altronde, è garantito gratuitamente solo nel 16% dei casi, ndr). I problemi che ne conseguono sono all'ordine del giorno".

I ginecologi non più allenati ai parti fisiologici rischiano di trovarsi impreparati soprattutto davanti alle emergenze. "Non sono più pronti", sintetizza Ricciardi.

I dati (tabella: cliniche sicure e mappa: mortalità neonatale) e riportati sono estrapolati da statistiche ufficiali: quelle dell'Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane (nato per iniziativa dell'Istituto di Igiene della Cattolica) e quelle dei Certificati di assistenza al parto divulgati dal ministero della Salute all'inizio d'agosto. Dalle tabelle emerge anche il numero che, forse, sorprende di più: in un anno 1.468 bambini sono nati morti. Sono quasi 3 bimbi ogni mille neonati. Ma nel 70% dei casi - per ammissione del ministero della Salute stesso - il perché rimane un mistero. Un errore medico? Un parto naturale portato avanti male? Un cesareo rimandato troppo a lungo? Impossibile saperlo al momento. Per intanto il ministro Ferruccio Fazio cerca di fare chiarezza sugli ultimi episodi. Di qui l'invio degli ispettori ministeriali per verificare eventuali comportamenti scorretti da Messina a Padova.

Nell'ultimo anno i parti diventati casi nazionali per (presunta) malasanità sono 19. Una goccia nel mare delle denunce contro i ginecologi e gli ostetrici, in cima alla classifica dei medici portati in Tribunale dai pazienti, con il 10% delle richieste di danni complessive. Lo dicono i dati della Regione Lombardia che negli ultimi 10 anni conta quasi 1.700 domande di risarcimento e 60 milioni di euro liquidati. Osserva Gabriella Pravettoni, alla guida del Centro di ricerca sui processi decisionali dell'Università Statale di Milano e autrice del manuale Medical decision making: "Uno dei punti critici in ostetricia è il trasferimento tempestivo delle informazioni sui casi clinici in entrata. Ciò solleva la necessità, più che mai urgente, che all'interno delle unità operative sia creato un sistema di comunicazione tra i medici, che permetta di capire quel che è necessario per la singola paziente".

Vittori e Ricciardi assicurano: "Per ora partorire in Italia è ancora, nonostante tutto, sicuro. Ma non bisogna perdere tempo. E aggiustare in fretta le crepe e i malfunzionamenti che rischiano di fare precipitare la situazione". La catena di morti da parto dev'essere fermata subito.

Simona Ravizza

12 settembre 2010

 

 

 

malasanita'

Niente ambulanza, bimbo muore

e mamma in coma: aperta un'inchiesta

All'ospedale di Padova. Denuncia del padre in Procura. Il ministro Fazio invia gli ispettori

Il reparto di ostetricia (archivio)

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PADOVA – Un bambino è nato morto il 3 settembre scorso all’ospedale di Padova. Su questo fatto il magistrato Sergio Dini ha aperto un’inchiesta per cercare di scoprire eventuali colpe mediche. E il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, avrebbe deciso, di intesa con la Regione Veneto, e l’ assessore regionale alla Sanità, Luca Coletto - secondo indiscrezioni - l’invio degli ispettori per verificare l’ appropriatezza delle procedure eseguite. A dare il là all’inchiesta è stato il padre del bambino, nato alla 29esima settimana di gestazione. I genitori, una giovane coppia di Campagna Lupia nel Veneziano, si erano rivolti nel tardo pomeriggio del 3 settembre scorso all’ospedale di Piove di Sacco perché la futura mamma, di 27 anni, aveva iniziato ad accusare dolori al ventre. Ma all’ospedale del Piovese, ha denunciato in Procura il marito (di 28 anni), dopo un’ecografia hanno dimesso la donna dicendo che non c’era urgenza al momento e se comunque volevano avere una sicurezza di rivolgersi all’ospedale di Padova.

A quel punto, continua la denuncia, la coppia ha chiesto un’ambulanza per il trasferimento a Padova. Ma il mezzo è stato negato per motivi burocratici, costringendo i giovani genitori a raggiungere la città del santo con i loro mezzi. Una volta a Padova la donna, dopo aver perso circa una mezz’ora per trovare il Pronto Soccorso Ostetrico, è stata ricoverata d’urgenza in Clinica Ginecologica, dove le è stato praticato un cesareo senza però riuscire a salvare il bambino, già morto. I medici sono stati costretti anche ad asportare l’utero della donna per un’emorragia interna. La 27enne ora si trova in coma farmacologico. Al momento non ci sono indagati, mentre il magistrato ha sequestrato le cartelle cliniche della donna e ordinato una consulenza tecnica sui documenti. Immediate le reazioni della politica. Zaia: "Seguirò con la massima attenzione il lavoro della magistratura. Qualora emergessero negligenze, leggerezze, omissioni o peggio saremo inflessibili nel colpire duramente i responsabili della morte di un neonato e dei danni irreversibili subiti dalla madre".

Nicola Munaro

10 settembre 2010(ultima modifica: 11 settembre 2010)

 

 

 

 

Lazio, un bimbo su due nasce col cesareo

Il bisturi, tra rischi clinici e abusi

Pratica in aumento: nelle strutture private si arriva anche all'85%. E la Polverini ordina un'inchiesta

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parti

Lazio, un bimbo su due nasce col cesareo

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Pratica in aumento: nelle strutture private si arriva anche all'85%. E la Polverini ordina un'inchiesta

In sala parto (Sioli)

In sala parto (Sioli)

ROMA - Nel Lazio un bambino su due nasce con il cesareo. Se in grandi centri di ostetricia, come il Fatebenefratelli, il Policlinico Gemelli e il San Camillo, un’alta percentuale di gravidanze a rischio spinge a i cesarei intorno al 45%, in molte cliniche convenzionate e soprattutto private si arriva ad avere tra il 70 e 85% di nascite in sala operatoria.(GUARDA LA TABELLA CON I DATI)

Dopo il tragico caso di Jacopo, il neonato deceduto il 28 agosto al Policlinico Casilino, la governatrice, Renata Polverini, ha invitato l’Agenzia di sanità pubblica del Lazio (Asp), a fornirle "i dati sui cesarei, scorporato non solo per le Province, ma anche per le singole strutture". La Polverini ricorda: "La percentuale di cesarei è elevata non solo nel privato, ma anche nel pubblico". Per questo i vertici della giunta stanno valutando " anche i giorni della settimana in cui i parti vengono effettuati per capire per quale motivo la nostra regione ha percentuali così alte". Il presidente inoltre sottolinea la volontà di impegnarsi a "sostenere i parti naturali" perché "bisogna incentivarli".

Un bimbo appena nato (Sioli)

Un bimbo appena nato (Sioli)

Non si esclude una penalizzazione economica per chi ne abusa: oggi un parto naturale costa alla Regione 1.489 euro, mentre un cesareo 2.243. In attesa degli ultimi report, la situazione più aggiornata è illustrata nel rapporto "Le nascite nel Lazio 2008", curato proprio dall’Asp. Secondo lo studio, pubblicato di recente, nel 2008 i nati sono stati 55.394, dei quali 24.578 con il cesareo (pari al 44,4%). L’abuso del ricorso al bisturi è un dato ormai storicamente confermato: la proporzione, spiega la ricerca, è passata da 22,3% del 1985 a 44 del 2008, mentre la media nazionale è del 38 e l’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda di restare intorno al 15%.

L’aumento del tasso di taglio cesareo si osserva in tutti i reparti di maternità: dai centri pubblici e universitari alle strutture convenzionate e private, sottolineano dall’Asp, ma in misura maggiore in quelle private non convenzionate (dal 32,1% nel 1985 si è passati al 79% nel 2008). Ecco qualche esempio: nel Fatebenefratelli (Isola Tiberina) i cesarei sono il 45% su 4.373 nati, seguito da San Pietro (42% su 4.272), San Camillo (43% su 3.290) e Policlinico Gemelli (45% su 3.067). Nelle cliniche private, invece, le percentuali esplodono: il record regionale è della Quisisana con l’85% di cesarei (226 su 266 parti), seguita da Villa Mafalda e Villa Flaminia (82,1%), Villa Margherita (80,3) e Mater Dei (78,5). Inoltre gli studiosi hanno riscontrato un alto ricorso al cesareo, pari al 36,8%, anche nei parti a basso rischio.

Una mamma in ospedale bacia il bimbo appena nato

Una mamma in ospedale bacia il bimbo appena nato

Altra anomalia emersa nella ricerca è la differenza di percentuale di cesarei tra le province di Latina e Viterbo (circa il 30%) e quelle di Roma, Rieti e Frosinone (nettamente superiore al 40%) senza evidenti motivi epidemiologici. Elio Cirese, capo dipartimento materno infantile del Fatebenefratelli, spiega: "Fino agli anni ’80 si usavano spesso forcipe e ventosa: oggi, invece, si ricorre spesso al cesareo anche perché gli specialisti non vogliono rischiare eventuali denunce derivanti dal parto naturale. Gli abusi? Non ne vedo: noi seguiamo tantissime gravidanze a rischio". Da non dimenticare il fatto che le partorienti spesso sono over 35, sono le prime a chiedere di non soffrire e quelle che hanno partorito il primo figlio con il cesareo, sono obbligate a ripeterlo con il secondo. "Anche perché l’analgesia epidurale, che permette alla donna di partorire naturalmente, in modo gratuito ma senza dolore, viene praticata solo in pochi centri - sottolinea Giorgio Capogna, primario di anestesia nella "Città di Roma", struttura del Gruppo Garofalo - Noi la facciamo 24 ore su 24, ma serve un’ottima organizzazione, attrezzature moderne e personale esperto".

Francesco Di Frischia

04 settembre 2010

 

 

IL NEONATO MORTO A ROMA

Un'infezione ha ucciso Jacopo

L'autopsia esclude malformazioni

I pm indagano per omicidio colposo. Le ostetriche: "Nessuna lite". Ma la Polverini invia gli ispettori

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Il policlinico Casilino (Proto)

Il policlinico Casilino (Proto)

ROMA — Potrebbe essere stata un’infezione batterica a uccidere Jacopo, il neonato morto al Policlinico Casilino sabato scorso. È quanto avrebbero riscontrato i medici al termine dell’autopsia effettuata martedì pomeriggio all’Istituto di medicina legale dell’università La Sapienza. Intanto sul caso il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori sanitari, Leoluca Orlando, ha chiesto una relazione alla presidente della Regione Lazio Renata Polverini, che a sua volta ha inviato i suoi ispettori in ospedale.

Omicidio colposo è il reato ipotizzato dalla Procura di Roma sulla vicenda, ma nel registro degli indagati per ora non c’è nessun iscritto. Il pm Francesco Caporale, una volta conclusi gli atti urgenti invierà il fascicolo al pool specializzato in colpe professionali. La cartella clinica era stata già sequestrata dalla polizia giudiziaria. "Resta da capire dove e come il bambino può avere contratto quell’infezione — spiega Eliana Furlan, il legale dei genitori del piccolo, Giancarlo Muzzi e Selene De Luca —. Per il resto i medici hanno detto che per avere risposte più chiare bisognerà attendere i risultati degli esami istologici, che non saranno pronti prima di 15 giorni".

L’autopsia però non ha evidenziato alcuna malformazione nel piccolo. Le dichiarazioni dell’avvocato Furlan sono arrivate al termine di una giornata convulsa, iniziata con la conferenza stampa della direzione sanitaria dell’ospedale della periferia sud est di Roma in cui il bambino è nato, alla trentacin que sima settimana di gestazione, e morto due giorni dopo.

Adolfo Pagnanelli (Ansa)

Adolfo Pagnanelli (Ansa)

"Nessuna lite fra ostetriche e ginecologa, è stato fatto tutto il possibile", ha detto Adolfo Pagnanelli, primario del pronto soccorso dell’ospedale. Anche le operatrici negano qualunque diverbio: "Macché liti — spiega una delle ostetriche presenti in sala parto al momento della nascita di Jacopo —. La scelta di intervenire con il cesareo è stata presa di comune accordo, del resto non avevamo alcun motivo per discutere la decisione dei due medici di guardia, che non ci compete. Stiamo scontando un "effetto Messina", per quello che è successo in Sicilia".

Eppure la madre aveva raccontato (facendolo mettere a verbale nella sua denuncia in Procura) di una discussione dai toni accesi fra le ostetriche, che consigliavano di operare, e la ginecologa presente, che preferiva aspettare l’entrata in servizio dei colleghi del turno successivo. I genitori hanno smentito anche che una delle altre due figlie sia affetta da una malattia metabolica, come aveva detto Pier Michele Paolillo, primario neonatologo, che aveva attribuito proprio a quel genere di patologia la morte del piccolo Jacopo. Resta da chiarire anche come abbia fatto un bimbo di un giorno a strapparsi il tubo con cui respirava dalla trachea e come mai il trasferimento in un ospedale specializzato sia stato richiesto solo sette ore dopo la grave crisi respiratoria che aveva colpito il piccolo.

Ester Palma

01 settembre 2010

 

 

 

POLICLINICO CASILINO

Roma, il neonato muore dopo un diverbio tra le ostetriche: denuncia dei genitori

Il papà: "Vogliamo giustizia e verità". Il bimbo è morto due giorni dopo il parto per problemi metabolici

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Il pronto soccorso del Policlinico Casilino (dal web)

Il pronto soccorso del Policlinico Casilino (dal web)

ROMA - Una ginecologa che litiga con le ostetriche in sala parto a proposito di un cesareo, mentre la paziente è in preda alle contrazioni. Un neonato che riesce a strapparsi da solo il tubo con cui respira, il trasferimento (dello stesso neonato) in un ospedale più attrezzato richiesto forse con troppo ritardo. È successo nei giorni scorsi al Policlinico Casilino, un ospedale della periferia sud est della Capitale, il bambino è morto.

Dei troppi punti oscuri della vicenda che ricorda almeno in parte quella di Messina, ma con un esito ancora più drammatico, si sta occupando la magistratura. "Voglio almeno sapere perché mio figlio è morto, di cosa. E soprattutto s e poteva essere salvato" , piange e chiede Selene De Luca, 26 anni, madre di altre due bambine di 6 e 3 anni. La storia di Jacopo, così era stato chiamato il bambino, inizia alle 13 di giovedì 26 agosto. Sua madre è alla trentacinquesima settimana e ha già un cesareo programmato per il 7 settembre. Ma avverte forti contrazioni e va in ospedale con il marito. Il suo ginecologo lavora lì, ma è in ferie. Le applicano una flebo per tentare di ritardare la nascita, ma nel pomeriggio viene lo stesso portata in sala parto.

Qui avviene la prima "stranezza": "Per le ostetriche era il caso di operarmi subito, ma la dottoressa era contraria, voleva aspettare i colleghi del turno successivo, quello delle 21. Hanno discusso a lungo, è stato un diverbio piuttosto acceso", racconta ancora la mamma. Finalmente la ginecologa si fa convincere e Jacopo nasce alle 20.47. Piange, ma è cianotico, il padre si sente dire che "ha bevuto liquido amniotico sporco", segno di sofferenza fetale, "ma va tutto bene". Poco dopo però viene portato in terapia intensiva, intubato e sedato. "Ci hanno detto che era per dargli un farmaco che lo avrebbe aiutato a sviluppare i polmoni", spiega ancora Selene. La mattina dopo però avviene un altro episodio decisamente poco chiaro: "La pediatra ci ha detto che Jacopo si era strappato il tubo da solo, ma che non era un problema perché per respirare gli bastava l’ossigeno pompato nell’incubatrice. Anzi gliel’avrebbero ridotto perché ne aveva sempre meno bisogno. Ma, mi chiedo, come fa un neonato di un giorno a togliersi un tubo dalla trachea?". Per tutta la giornata comunque i genitori visitano Jacopo ogni 3 ore e lo trovano in condizioni discrete.

La mattina dopo, il dramma: "Alle 6 sono andata da lui, volevo vederlo. Ma la pediatra mi ha detto che alle 3 aveva avuto una crisi respiratoria gravissima e che disperavano di salvarlo". Ma è solo alle 10 che dal Casilino parte un fax per il Bambin Gesù, l’ospedale pediatrico specialistico. E che non ci sia posto per Jacopo si sa soltanto altre due ore dopo, a mezzogiorno. Intanto le due pediatre, secondo la madre, discutono animatamente sul trasferimento: "Una diceva che lì non c’erano strutture adatte al suo caso, l’altra invece che non avrebbe sopportato lo spostamento". Alla fine un posto, ma al Policlinico Umberto I, si trova. Ma sono già le 13: Jacopo è ormai agonizzante e muore mentre lo trasferiscono dall’incubatrice all’ambulanza. In serata ha replicato il primario. "Siamo certi che il bimbo è deceduto per un problema di metabolismo — spiega Piermichele Paolillo — ma forse sono stati anche suggestionati da quanto accaduto a Messina. Non c'è stato nessun diverbio tra ostetriche, alle quali tra l'altro non spetta la responsabilità di decidere come intervenire in questi casi".

Ester Palma

30 agosto 2010(ultima modifica: 31 agosto 2010)

 

 

 

 

POLICLINICO CASILINO

Neonato morto dopo il cesareo,

commissione errori sanitari indaga

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Il Policlinico Casilino (Proto)

Il Policlinico Casilino (Proto)

ROMA - Il Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori sanitari e i disavanzi sanitari regionali Leoluca Orlando ha disposto una richiesta di relazione alla Presidente della Regione Lazio con deleghe alla sanità, Renata Polverini, in merito al un nuovo presunto caso di malasanità in sala parto avvenuto a Roma. L'episodio riguarda un neonato nato il 26 agosto al Policlinico Casilino di Roma con un parto cesareo due settimane prima del termine e deceduto il 28 agosto, secondo quanto riferito dal personale medico, per problemi di metabolismo. "Ho disposto una richiesta di relazione alla Presidente Polverini su quanto avvenuto - spiega Orlando - con ogni utile indicazione sul caso, anche in merito a responsabilità personali o disfunzioni organizzative e funzionali. Una volta acquisita la documentazione - ha concluso Orlando - procederemo poi a tutti gli accertamenti ed adempimenti di competenza della Commissione".

ISPETTORI - "Stamattina presto ho parlato con l'assessorato, abbiamo mandato gli ispettori per capire effettivamente che cosa è successo, se c'è stata qualche anomalia" ha fatto sapere la presidente della Regione Lazio Renata Polverini a margine di "Vedrò" a Dro (Trento), parlando di quanto avvenuto nell'ospedale Casilino. Polverini ha riferito di avere parlato con il direttore generale facente funzione dell'ospedale Casilino, Egidio Sesti, al quale ha chiesto "una relazione dettagliata e puntuale sull'accaduto" ha detto. "Il direttore - ha continuato - si era già attivato e mi ha confermato che già stamattina sarà in grado di inviarmi notizie dettagliate". "Mi auguro di poter fare chiarezza - ha aggiunto - insieme alla magistratura, nel tempo più breve possibile rispetto a questa assurdità". "Accerteremo che non ci siano responsabilità, che non ci sia stato un problema di negligenza da parte delle ostetriche".

Redazione online

31 agosto 2010

 

REPUBBLICA

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2010-09-12

Neonato morto, madre ancora in coma

La procura di Padova apre un'inchiesta

Le condizioni della donna sono stazionarie. Ora si indaga per omicidio colposo, cercando di capire se i medici hanno agito correttamente, specie per quanto riguarda il mancato trasferimento in ambulanza

Neonato morto, madre ancora in coma La procura di Padova apre un'inchiesta L'ospedale di Piove di Sacco, a Padova

PADOVA - Restano stazionarie le condizioni della donna di 27 anni, di Campagna Lupia (Venezia), ricoverata in prognosi riservata all'ospedale di Padova. La giovane ieri è entrata in coma dopo aver perso il bimbo 1 che aspettava da sette mesi e aver subito un'operazione di asportazione dell'utero. La direzione sanitaria del nosocomio patavino ha annunciato, per domani, la possibile emissione di un bollettino medico.

La giovane, tenuta in coma farmacologico, era arrivata a Padova una decina di giorni fa, in auto e accompagnata dal marito, dopo un controllo al nosocomio di Piove di Sacco (Padova). Durante questa prima visita i medici non avevano ritenuto necessario il trasporto a Padova in ambulanza, anche se il mezzo era a disposizione: secondo il marito della donna e gli inquirenti, questa negligenza sarebbe alla base della morte.

Sulla vicenda la procura della repubblica patavina ha aperto un'inchiesta per omicidio colposo, sulla base di un esposto presentato dal marito della donna. L'uomo, distrutto dal dolore, vuole sapere se i medici hanno svolto correttamente il loro lavoro, specie per quanto riguarda il mancato trasferimento in ambulanza. Regione Veneto e ministero della Salute hanno già inviato gli ispettori nella strutture sanitarie per i primi sopralluoghi.

Domani, sul fronte delle indagini, il pm Sergio Dini dovrebbe affidare l'incarico investigativo ai consulenti di parte per fare chiarezza sulla vicenda, che ha suscitato scalpore tra i concittadini dei due coniugi. Il marito della donna ha continuato a ripetere di volere giustizia, chiedendo che venga fatta piena luce su quanto è avvenuto tra il 2 e il 3 settembre scorso, tra Piove di Sacco e Padova.

(12 settembre 2010)

 

L'UNITA'

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2010-09-12

 

 

il SOLE 24 ORE

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2010-09-17

Crescono i dubbi sulla sanità così il percorso si allunga

Roberto TurnoCronologia articolo17 settembre 2010

Questo articolo è stato pubblicato il 17 settembre 2010 alle ore 08:05.

ROMA

Una valanga di dubbi sui costi standard in sanità e sulla scelta delle regioni benchmark. Il fuoco che riprende ad ardere della manovra estiva e di quei tagli mai accettati da 4 miliardi nel 2011 e da 4,5 dal 2012. E una certezza da cui non si può prescindere: il federalismo fiscale dovrà finanziare senza ombra di dubbio i servizi fondamentali delle regioni. Si articola intorno a questi nodi principali lo stop – o la pausa di riflessione che dir si voglia – chiesta e incassata ieri dai governatori dopo il vertice con Tremonti, Bossi, Calderoli e Fitto. Un vertice svoltosi in un clima sereno, ammettono tutti. Dove i rappresentanti del Governo non hanno forzato la mano, sapendo che c'è tempo davanti per non mandare al macero il totem del federalismo, crisi politica permettendo.

I governatori discuteranno le loro osservazioni più nel dettaglio su autonomia fiscale e sanità giovedì prossimo, per poi rivedersi col Governo non prima di un'altra settimana. Il possibile timing per il primo sbarco in Consiglio dei ministri dei due decreti delegati, a questo punto, si può prevedere ai primi di ottobre.

Segnale della situazione di stallo e delle difficoltà politiche all'interno del governo, è che ieri non è stato consegnata ai governatori la bozza sui costi standard in sanità. Forse una nuova stesura arriverà lunedì, e già trapelano possibili novità: confermato che a fare da benchmark saranno le regioni con i conti a posto di asl e ospedali, si stanno cercando vie d'uscita per riservare un posto tra le "virtuose" anche a regioni come Emilia Romagna e Veneto. Tanto da ipotizzare, ad esempio, una scelta allargata a 5 regioni, una delle quali dovrebbe essere imprescindibilmente del Sud. Anche perché s'è capito – sembra anche sotto l'impulso dei finiani del Fli, ma non solo – che, poiché dal Lazio in giù i costi standard sarebbero impraticabili tanto più nel bel mezzo di piani di rientro da debiti plurimiliardari, si dovrebbe trovare un percorso più leggero di applicazione nel sud. Con tutte le certezze però di non tornare al meridionalismo assistenzialista, sprecone e incapace. L'avvio dei costi standard, in ogni caso, non avverrebbe prima del 2013, salvando intanto i finanziamenti già sul piatto per il 2011-2012. A spiegare i tre "punti irrinunciabili" delle regioni, è stato il rappresentante dei governatori Vasco Errani (Emilia Romagna). Con una premessa per la ripresa del dialogo col governo bruscamente spezzato al tempo della manovra estiva: "Vogliamo il tempo per discutere e capire cosa ci viene proposto. E serve la massima chiarezza". Una prima certezza, ha spiegato Errani, è il rapporto "indispensabile" che dovrà esserci nella bozza di decreto sulla autonomia impositiva tra il fabbisogno finanziario e i costi standard per le prestazioni in sanità (Lea) e per quelle sociali (Lep). Seconda condizione riguarda il decreto sui costi standard in sanità: il benchmark dovrà tener conto non solo dei bilanci ma anche della "appropriatezza" dei servizi resi dalla regioni, soprattutto per quelle che forniscono servizi oltre il livello nazionale fissato per legge (i Lea, appunto). Infine, ecco rispuntare il moloch della manovra estiva: il decreto sull'autonomia fiscale dovrà tenere conto della manovra. Come dire: il federalismo non può partire con una zavorra di tagli miliardari "C'è tempo fino al 31 dicembre", ha detto Errani. Come dire: ci aspettiamo un atto riparatore con la prossima legge di stabilità. Tremonti ne ha preso nota, senza dissentire ma senza annuire. Insomma, si tratta.

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NODI DA SCIOGLIERE

Il costo della manovra

Le regioni dovranno fare i conti nei prossimi due anni con un taglio ai trasferimenti statali pari a 4 miliardi nel 2011 e 4,5 miliardi nel 2012

I costi standard

Nella bozza consegnata ieri ai governatori si prevede che a fare da benchmark per il calcolo dei costi standard della sanità saranno le cinque regioni con i conti in regola di asl e ospedali

La preoccupazione

Tra le osservazioni critiche avanzate dai governatori c'è quella di considerare anche l'appropriatezza dei servizi di assistenza forniti ai cittadini quando si supera il livello essenziale fissato su base nazionale

 

 

 

La preoccupazione dei governatori sulle fonti di gettito

Roberto TurnoCronologia articolo16 settembre 2010

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Questo articolo è stato pubblicato il 16 settembre 2010 alle ore 08:05.

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ROMA

I "risarcimenti" dopo i tagli della manovra estiva, i dubbi per l'applicazione dei costi standard di asl e ospedali, la necessità di fare chiarezza e di valutare punto per punto decreti che non si conoscono se non "per averli letti sui giornali". Spiazzati dall'accelerazione data dal governo ai decreti di attuazione del federalismo fiscale, i governatori si preparano all'incontro di oggi con Tremonti e Calderoli con un carico di problemi da risolvere. Per questo, il giorno prima dell'incontro usano molta cautela e calibrano le parole. Ben sapendo che il federalismo fiscale è una strada obbligata, ma che non per questo può essere percorsa a occhi chiusi. Anzi.

I dubbi riguardano il decreto sull'autonomia impositiva. E naturalmente quello sui costi standard in sanità e sulle "regioni benchmark" che, per la bozza di decreto, sarebbero solo le regioni con i bilanci sanitari in regola. Basterà? Il metodo può anche andare bene, sussurrano i tecnici. Ma c'è una grana politica grande come una casa da risolvere: se le stelle polari fossero le regioni con i bilanci a posto (per il 2009 Lombardia e Toscana, ma anche due piccole come Umbria e Marche), come escludere almeno una delle due regioni governate dalla Lega, il Veneto e il Piemonte, o l'Emilia Romagna, riconosciuta al top nel governo dell'assistenza sanitaria? Sul territorio, si porrebbero grossi problemi politici, anche di immagine. Insomma, la partita è tutta da giocare.

Vasco Errani (Pd, Emilia-Romagna, rappresentante dei governatori), si limita a sottolineare: "Non conosciamo i decreti. La materia è complicata e delicata, serve la massima attenzione. Ad esempio, nel valutare le regioni benchmark in sanità, va tenuto conto del fatto che ci sono regioni, come l'Emilia-Romagna, che offrono prestazioni oltre lo standard nazionale".

Anche Romano Colozzi (Pdl, assessore al bilancio della Lombardia e capofila degli assessori regionali di settore) puntualizza: "L'attesa principale dall'incontro con i ministri è di capire come si darà attuazione alla manovra estiva secondo cui nell'attuazione del federalismo fiscale non si terrà conto dei tagli previsti dalla manovra stessa. Per evitare di finire in rotta di collisione col federalismo fiscale, a questo punto è necessaria la massima coerenza". La manovra estiva, ma non solo. Aggiunge Colozzi: "È rilevante capire la soluzione che verrà data al problema dei trasferimenti che passano dai bilanci regionali a quelli degli enti locali". Un esempio pratico è quello del bollo auto: "Lo scorporo del bollo auto – spiega Colozzi – potrebbe generare grossi problemi di gestione per chi lo amministra e costi molto alti per i cittadini". Cautela e ancora cautela, raccomanda anche Enrico Rossi (Pd, Toscana): "Parliamo da molto tempo di federalismo fiscale e di costi standard. È necessario, tanto più a questo punto, che il governo apra una discussione seria e approfondita. Non vorrei che si scaricasse sulle regioni la crisi finanziaria e fiscale dello Stato. Ricordo che con la manovra estiva abbiamo avuto tagli importanti". E i costi standard in sanità e il mitico benchmark? "Ci fa piacere che alla Toscana siano riconosciute ottime performance. Ma vogliamo parlare nel merito delle cose, non per "sentito dire" leggendolo sui giornali. Ricordo soltanto che entro l'anno dobbiamo fare i bilanci preventivi e che questa è la prima misura del buon governo che vuol essere il risultato del federalismo fiscale e dei costi standard".

Dalle regioni "in regola" a quelle del sud con i conti sanitari (e non solo) che sprofondano, il passo non è certo breve. Per loro il federalismo fiscale sarà la scommessa delle scommesse. Giuseppe Scopelliti (Pdl, Calabria) lo sa, ma si dice ottimista: "Certo, i decreti andranno valutati. Ma noi siamo pronti alla sfida. L'ipotesi della riduzione dell'Irap, ad esempio, non è da sottovalutare. E sulla sanità siamo pronti a mantenere gli impegni che abbiamo preso col governo, dimostreremo una grande discontinuità col passato".

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Il bilancio delle regioni

LE VIRTUOSE

pMinor costo giornaliero procapite per farmaci; alto tasso di vaccinazioni (prevenzione); maggiore adesione agli screening mammografici

pMigliore performance nei consumi farmaceutici territoriali e minore quota di ricoveri medici in chirurgia; alta quota di fratture di femore operate entro 2 giorni

pTasso più basso di ricoveri per acuti ogni 1.000 abitanti; maggior uso di farmaci equivalenti; più alto numero di interventi in laparoscopia (per colecisti)

pIndice di fuga dei pazienti in altre regioni molto basso; migliore estensione dello screening del colon retto; bassissima degenza media pre-operatoria

LE PEGGIORI

 

 

 

A sorpresa Umbria e Marche tra i benchmark sanitari

Roberto TurnoCronologia articolo15 settembre 2010

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Questo articolo è stato pubblicato il 15 settembre 2010 alle ore 08:07.

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ROMA - Potrebbero essere solo le regioni (o la regione) con i conti in regola di asl e ospedali a fare da benchmark per la determinazione di costi e fabbisogni standard sanitari. Come dire che se mai il federalismo fiscale in sanità si applicasse dal 2011 – come però è improbabile – le regioni capofila sarebbero Lombardia, Toscana, Marche e Umbria, le sole che hanno fatto registrare bilanci in equilibrio economico nel 2009, anno di riferimento di base in quanto secondo esercizio precedente quello di applicazione del nuovo metodo allo studio per il riparto dei fondi per la salute. Se il meccanismo fosse stato applicato già nel 2010, a fare da riferimento sarebbero state Lombardia, Umbria e Marche, le uniche in attivo nel 2008.

Mentre fervono i lavori della commissione per l'attuazione del federalismo fiscale (Copaff), ecco spuntare la prima bozza in progress del decreto che traccia i percorsi fondamentali per il capitolo, la spesa sanitaria, più atteso e delicato al test federalista. Un testo in progress, appunto, che non esclude la possibilità di nuovi aggiustamenti ma che, se confermato nella versione finale dopo il valzer di confronti attesi con i governatori forse non tutti d'accordo con questa soluzione, indica per la prima volta come stella polare del futuro benchmark in sanità solo le regioni con i conti in nero che hanno garantito i Lea, le prestazioni essenziali di assistenza sanitaria.

La partita del federalismo fiscale è apertissima e ancora incerta. Se la Lega spinge forte sull'acceleratore per varare in Consiglio dei ministri tutti i decreti delegati che mancano all'appello addirittura entro la prossima settimana, le resistenze delle regioni – e non solo del sud per la sanità – restano interamente sul tappeto. I vertici tecnici sono all'ordine del giorno e in questi giorni si cercherà di arrivare alla stretta decisiva. Con i governatori che d'altra parte, anche attraverso il decreto sull'autonomia fiscale regionale, cercano di trattare per "compensare" i tagli mai digeriti (4 miliardi nel 2011 e 4,5 dal 2012) arrivati con la manovra estiva dopo un duro (e perdente) testa a testa col governo. La bozza di decreto su costi e fabbisogni standard nel settore sanitario, intanto, ribadisce che il criterio della spesa storica del Ssn sarà superato gradualmente. E aggiunge che il fabbisogno nazionale standard 2011 e 2012 confermerà i livelli di finanziamento già fissati dalla Finanziaria 2010 e dal patto per la salute, e poi ridotti dalla manovra estiva: 108 miliardi nel 2011 e 111 nel 2012.

La determinazione di costi e fabbisogni standard regionali avverrà ogni anno sulla base di tre macro livelli: assistenza in ambienti di lavoro (5%), assistenza distrettuale (51%) e assistenza ospedaliera (44%). Il fabbisogno standard sarà determinato applicando a tutte le regioni i valori di costo rilevati nelle regioni benchmark: appunto quelle (o quella) che, secondo le verifiche del tavolo di monitoraggio col governo, hanno garantito i livelli essenziali di assistenza (Lea) "in condizione di equilibrio economico" e di efficienza e appropriatezza con le risorse assegnate, incluse le entrate proprie locali, nel secondo esercizio precedente a quello di riferimento. Se nessuna regione avrà i conti a posto, a fare da benchmark sarebbe quella col migliore (o meno peggiore) risultato economico sempre due anni prima, tolto il deficit. Capitolo decisivo sarà naturalmente il calcolo dei costi standard: saranno quantificati a livello aggregato per ciascuno dei tre macro livelli di assistenza e il loro valore sarà dato, per ciascuna delle tre voci, dalla media pro capite pesata del costo registrato nelle regioni benchmark. Ma a precise condizioni: il livello di spesa sarà ad esempio depurato della spesa locale oltre i Lea, non terrà conto delle quote di ammortamento dei mutui, sarà applicato alla "popolazione pesata" regionale. Una sfida che desterà non poche preoccupazioni, al sud, ma non solo.

 

 

 

Ecco i numeri del federalismo

Cronologia articolo15 settembre 2010

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Questo articolo è stato pubblicato il 15 settembre 2010 alle ore 08:06.

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Si delineano i numeri del federalismo fiscale e i costi standard della sanità. È destinata a crescere la leva fiscale in mano ai governatori: oltre alla possibilità di azzerare l'Irap i presidenti di regione potranno manovrare a loro piacimento l'addizionale Irpef, verso l'alto o verso il basso. Nei limiti di un "tetto" che dall'odierno 0,9% (elevabile all'1,4%) potrebbe passare al 3 per cento. A prevederlo è una bozza del decreto legislativo sull'autonomia di entrata degli enti territoriali elaborata dai tecnici della Semplificazione e su cui è cominciato il confronto informale con i rappresentanti delle autonomie. Anche sui costi standard nella sanità è pronta una prima bozza di decreto: sono quattro le regioni benchmark, Lombardia, Toscana, Marche e Umbria. Per quanto riguarda i tempi, l'obiettivo dichiarato del ministro Roberto Calderoli è quello di riuscire a portare i due testi in Consiglio dei ministri già la prossima settimana. Secondo questa tabella di marcia, la partita sull'attuazione della riforma dovrebbe chiudersi entro quattro mesi.

 

 

 

 

Le Regioni pongono tre paletti al federalismo fiscale. Stima Uil: a ogni lavoratore costerà 435 euro

di Nicoletta CottoneCronologia articolo16 settembre 2010Commenti (6)

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Questo articolo è stato pubblicato il 16 settembre 2010 alle ore 19:25.

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Nella bozza di decreto legislativo sul federalismo relativo al fisco regionale che il governo ha consegnato a regioni, province e comuni, l'addizionale regionale Irpef potrebbe essere aumentata fino a raggiungere il 3 per cento. Durante il breve incontro al ministero dell'Economia, durato circa mezz'ora, i ministri Tremonti, Calderoli, Fitto e Bossi hanno distribuito un testo di 13 articoli dal titolo "decreto legislativo in materia di autonomia delle entrate degli enti territoriali". Tre per cento ampiamento criticato da una simulazione della Uil : comporterebbe, secondo il segretario generale Guglielmo Loy, aumenti fino a 435 euro per i lavoratori dipendenti e a 375 euro per i pensionati.

Tra i punti la definizione della compartecipazione delle regioni all'Iva, che scenderebbedall'attuale 44.7% al 25 per cento. Sarebbe poi confermata la possibilità per le regioni di ridurre l'Irap fino alla sua totale cancellazione. La bozza sarà esaminata dalla conferenza delle regioni di giovedì prossimo e poi ci sarà un nuovo incontro con il Governo.

Giudizio sospeso da parte delle regioni. "Abbiamo anticipato - ha sottolineato il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani - quelli che sono per noi i tre punti irrinunciabili". Primo elemento cardine è la definizione dei costi standard in relazione ai livelli essenziali di assistenza in sanità e prestazioni sociali. "Solo così è possibile determinare il fabbisogno, in mancanza di ciò sarebbe aleatorio". Per Errani "i cittadini devono sapere di quali servizi hanno diritto". Quanto ai costi standard, per le regioni è chiaro che "il decreto deve essere costruito sull'appropriatezza dei servizi e non solo sui risultati di bilancio". Infine, la relazione esistente tra questo decreto e la manovra varata a luglio dall'esecutivo. Una manovra su cui resta fermo il giudizio negativo delle regioni. "La nostra posizione è che la manovra è insostenibile. Siamo per un confronto serrato col governo, siamo per il dialogo, per affrontare alcune questioni c'è tempo fino al 31 dicembre".

Un incontro molto interlocutorio, dunque, dedicato soprattutto alle regioni. Anci ha chiesto di accelerare i tempi per il decreto su fabbisogno standard, ha riferito il presidente dell'Anci Sergio Chiamparino, al termine dell'incontro. "Il nostro obiettivo - ha chiarito - è riprendere il tavolo di lavoro e mi sembra che le condizioni ci siano. L'atteggiamento del governo è stato interlocutorio".

 

 

 

 

Martini: così si rischia di strappare il paese

Lina PalmeriniCronologia articolo17 settembre 2010

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Questo articolo è stato pubblicato il 17 settembre 2010 alle ore 08:05.

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ROMA

Non hanno intenzione di lasciare la partita del federalismo. Anzi. Claudio Martini, ex governatore della Toscana e ora presidente del Forum delle politiche locali del Pd, lo dice chiaro che a quel tavolo di trattativa non vogliono rinunciare. Quello che però oggi vede è un "rischio", ossia che tutto si risolva in una "trattativa one to one tra Tremonti e la Lega" mentre la base di riferimento dei fabbisogni diventerà la manovra di luglio. L'effetto sarà di "accentuare il divario Nord-Sud" ed esasperare la vocazione territoriale dei singoli partiti creando divisioni anche al loro interno.

Sul federalismo il Pd si era astenuto e ora che fate?

Vedo che c'è uno svuotamento della legge delega 42 e un'accentuazione della distanza tra gli annunci e i passi fatti fin qui. Perché non c'è nulla. Finora il federalismo è un guscio vuoto, una bandiera buona da sventolare nelle feste del Carroccio ma sul piano della concretezza siamo a zero. Anzi, direi che c'è stato un tradimento dell'impianto di quel decreto a cui oggi mancano un'infinità di cose.

Ma allora perché non avete votato contro?

Perché noi vogliamo essere della partita e vogliamo restare nel campo di gioco. E quel decreto contiene delle cose innovative che vanno attuate. Con i nostri gruppi parlamentari stiamo preparando veri e propri blocchi di controproposte su tutto ciò che manca. Non c'è nulla a proposito del coordinamento delle discipline fiscali, né dei fondi perequativi, né della definizione di costi standard, dei livelli essenziali o delle aree metropolitane.

Crede che del federalismo non se ne farà nulla?

La nostra speranza non è questa. Vediamo però il rischio di un esito imprevedibile che può portare a una secessione di fatto a uso e consumo della propaganda di cui ha bisogno la Lega. E che porterà a un approdo davvero sperequativo tra aree del paese.

Si arriverà al redde rationem tra Nord e Sud?

Guardo a quello che c'è sul tavolo. E, a oggi, la reale valutazione sui fabbisogni e le risorse non è agganciata a nulla. Ho un sospetto, però. Che il ministro Tremonti prenda come base di riferimento l'unica che c'è al momento: la manovra di luglio. Cioè che assuma quella come parametro di riferimento con un effetto che è ampiamente prevedibile visto che tutti i livelli locali l'hanno giudicata insostenibile. E gli effetti saranno distruttivi.

Ma l'esigenza di contenere la spesa soprattutto al Sud è incontestabile.

Certo ma non deve essere dirompente. Aggiungo che di federalista fin qui c'è ben poco. E parlo anche del Sud perché c'è stata una ri-centralizzazione dei fondi Fas, quelli sì davvero federalisti. E guardi come è andata a finire sul federalismo demaniale: si è risolto in un'inezia, in 3 miliardi. Agli enti locali è passato quasi niente, o meglio solo grane, mentre la polpa se l'è tenuta il governo. E così finirà sul federalismo, in una trattativa one to one.

Cioè, uno scambio a due, Tremonti-Lega?

È la preoccupazione che abbiamo. Che dietro tanti annunci, il federalismo finisca per risolversi in una trattativa che favorisce gli amici del governo con l'effetto gravissimo che sparirà una qualsiasi politica generale – chiara e onesta – per il paese. Le ripeto, lo dico sulla base di quello che vedo. Perché in nessuna parte è scritto come si recuperano i tagli mentre si va a una sostituzione dei finanziamenti sulla base attuale. L'impatto sulle politiche sociali sarà fortissimo e accentuerà il divario Nord-Sud.

Il divario accentuerà il carattere già territoriale dei partiti?

È chiaro che senza una vera impostazione federalista, come quella che prometteva la legge 42, salta tutto un equilibrio. A quel punto ciascun partito difenderà i suoi. Questo varrà nella maggioranza e nell'opposizione. È chiaro che ogni partito ha le sue basi territoriali più forti e da lì ci si darà battaglia. Ma questa sarà soprattutto una grande occasione persa per dare al paese una riforma di cui c'è bisogno.

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Intervista a Calderoli: "Via da Roma dopo il federalismo"

Eugenio BrunoCronologia articolo14 settembre 2010

Questo articolo è stato pubblicato il 14 settembre 2010 alle ore 08:04.

Il federalismo è stato, è e sarà la bussola della Lega. Ieri per individuare gli alleati; oggi per proseguire o meno la legislatura; domani per coltivare la suggestione di abbandonare il parlamento nazionale e concentrarsi sulle assemblee regionali. A confermarlo è il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli che vuole chiudere "entro quattro mesi" la partita sull'attuazione delle riforma e si dice "soddisfatto per il boom di interventi edilizi realizzati grazie alle semplificazioni".

Le acque nella maggioranza sembrano più calme. Il governo andrà avanti con 316 voti alla Camera. Finiani inclusi?

A noi interessano soprattutto i fatti e non i voti su una risoluzione. Anche perché per noi conta la qualità dei voti e non la quantità. L'importante è che ci sia la volontà di procedere sulle riforme, a cominciare dal federalismo in commissione bicamerale. Che doveva essere a maggioranza e invece l'abbiamo fatta paritetica.

Ma non c'è il rischio che il finiano Baldassarri voti con l'opposizione e dunque diventi a minoranza?

Non credo. Con Baldassarri ho parlato spesso. L'ultima volta martedì scorso e ci siamo sempre trovati d'accordo. Se vengono messe da parti le pregiudiziali politiche sono convinto che la quadra si troverà anche con l'opposizione. Se trovo un atteggiamento costruttivo io un provvedimento sono pronto anche a rivoltarlo come un calzino.

Per Bossi il federalismo è questione di ore. A che punto siete?

Quanto prima vedrò i rappresentanti di regioni ed autonomie locali per discutere un provvedimento unico sull'autonomia tributaria di regioni e province e sulla cancellazione dei trasferimenti regionali agli enti locali. Visto il tema li devo per forza incontrare tutti insieme. Se il confronto sarà positivo potrei portare il testo in Consiglio dei ministri la prossima settimana insieme a quello sui costi standard per la sanità.

Partiamo dalle regioni: che cosa avranno?

Un mix di Iva e Irpef. Oggi la maggior parte delle risorse viene dalla compartecipazione Iva al 44,7 per cento. Penso che si può passare al 25-30 per cento. È un tributo su cui non c'è margine di manovra sia perché discende dall'Europa sia perché il cittadino non ha la percezione che una parte di ciò che spende va alle regioni. Se invece utilizzo una tassa sulle persone fisiche come l'Irpef questo raccordo diretto c'è così come un collegamento con i servizi erogati. Irpef sotto quale forma?

Con una compartecipazione sui gettiti prodotti dai vari scaglioni, in modo da garantire la progressività dell'imposta, e con un'addizionale più ampia di quella attuale. Che i governatori potranno manovrare nel rispetto degli scaglioni nazionali. La potranno anche abbattere totalmente oppure introdurre detrazioni per agevolare le famiglie con bambini o anziani a carico, arrivando a qualcosa di simile al quoziente familiare.

Le regioni manterranno anche l'Irap. La ridurrete?

Saranno i governatori a decidere. Io gli do una flessibilità totale per arrivare anche a zero. Saranno loro a decidere se vogliono fare una vera politica di promozione dell'impresa.

Province e comuni che cosa devono aspettarsi?

Nel decreto sul fisco municipale si è affrontato il nodo dei trasferimenti dello Stato. Ora puntiamo a risolvere quello dei trasferimenti regionali. Ho trovato una soluzione di garanzia: cancellarli e dare a comuni e province la compartecipazione a un tributo regionale con un livello stabilito tra le parti. Per le province penso al bollo auto e per i comuni sarei orientato all'addizionale Irpef.

Passiamo al Sud. Il ministro Tremonti ha detto che in alcune regioni bisognerebbe prima fare arrivare lo Stato. Sarà un federalismo a due velocità?

Sono sempre stato di questa idea per le evidenti difficoltà in cui si trovano alcune aree territoriali ma ormai si è deciso di far partire tutti insieme e così sarà. Il federalismo lo vedo come un armistizio tra Nord e Sud in materia fiscale. Basato su alcuni principi: assicurare le risorse a tutti in modo che possano garantire i livelli essenziali delle prestazioni nelle loro funzioni fondamentali, con dei coefficienti correttivi per chi si trova ad esempio su un'isola o in cima a un monte. Chi ha speso di più o si adegua oppure cambia la propria classe dirigente. In quelle zone in cui la classe dirigente ha fatto disastri e non ha neanche creato le strutture io devo mettere gli amministratori in condizioni di farle.

In che modo?

Destinando alla perequazione infrastrutturale che è prevista dalla legge delega le risorse non utilizzate o destinate a interventi a pioggia, che verranno fuori dal monitoraggio del ministro Fitto. Ad esempio non posso chiudere dalla sera alla mattina un ospedale con 12 posti letto che fa danni ai pazienti e costa un'ira di Dio. Prima devo costruire degli ospedali per acuti e di alta specializzazione oppure delle strutture territoriali che oggi non esistono.

La Lega sosterrà il piano Fitto sul Sud?

Dinanzi a un programma di interventi seri la Lega non avrà problemi a concedere il suo appoggio.

Che sia tra tre mesi o tra tre anni, prima o poi si tornerà al voto. Non avete mai pensato di sfruttare i consensi in ascesa e correre da soli?

Come ha detto Bossi, Berlusconi è leale sulle riforme e noi dobbiamo esserlo con lui. Se le cose vanno avanti così non c'è motivo di andare da soli. Nell'attuale sistema bipolare puoi incidere solo se sei presente anche a livello nazionale. Chissà che un domani, dopo aver realizzato il federalismo, non si possa decidere di essere presenti solo nelle assemblee regionali. Alleandosi con una forza nazionale sull'esempio di quanto avviene in Baviera.

 

 

L'OSSERVATORE ROMANO

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2010-07-18

IL MATTINO

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2010-07-18

La GAZZETTA dello SPORT

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CORRIERE dello SPORT

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